Archive for the ‘NewsLetter’ Category

 

Realizzare i sogni degli altri ci fa realizzare i nostri

sabato, ottobre 10th, 2009

“…ma tu chi sei? Il genio della lampada?”

Non mi capita tutti i giorni di essere apostrofato in questo modo, ma di sicuro quando, a tavola con persone appena conosciute, mi è stato detto, sono rimasto piacevolmente colpito.

In effetti avevo appena spiegato che avevo aiutato un mio amico a realizzare alcuni suoi sogni. Infatti con lui avevo lavorato affinché certe cose diventassero possibili, e poi nell’ultimo passaggio è stato ancora più divertente: “Sai Paolo il mio sogno è quello di partire con la mia sposa dalla chiesa a bordo di una Corvette rossa decapottabile”.

Se mi avesse detto una qualsiasi altra auto forse non ci avrei dato peso, ma così ho risposto immediatamente: “Io ho un amico che ha una Corvette rossa decapottabile”

La faccia con cui mi ha guardato era tra l’incredulo e il felice.

Sì perché penso che quando sogniamo e pensiamo di realizzare i nostri sogni, piccoli o grandi che siano, noi diventiamo felici.

Più precisamente: non diventiamo felici solo se questi sogni si realizzano, diventiamo felici già quando pensiamo di realizzarli.

Comunque ho chiamato il mio amico con la Corvette raccontandogli tutta la storia e ho avuto una risposta che andava al di là di ogni positiva aspettativa nei suoi confronti: “Ti presto la mia”.

Che spettacolo!

Beh, se non vi interessano le macchine capisco che non significhi molto per voi, ma è come per un intenditore di vini ricevere in regalo un Solaia o un Barbaresco di Gaja, o per una donna appassionata di moda poter indossare un vestito creato da un grande stilista.

A me auto e moto piacciono e molto quindi per me la cosa era particolarmente spettacolare perché questa supercar era da andare a prendere, portare agli sposi e poi riportare al mio amico, e questo lo avrei fatto io!

La cosa mi ha emozionato molto, al di là dei 340 cavalli, del 5.7 litri V8 e dell’accelerazione bruciante, sentivo che era qualcosa di bello, c’era proprio un messaggio buono in quello che stavo vivendo.

Se aiuti le persone intorno a te a realizzare i loro sogni, tu realizzi i tuoi.

Questa frase continuava a girarmi in testa fino a che mi sono reso conto di cosa significhi: significa saper ascoltare le persone intorno a noi, non per quello che interessa noi, ma per quello che interessa loro, saperli supportare nel loro “essere bambini” e nel crederci, questo rende felici anche noi!

Tutti abbiamo bisogno di sognare, abbiamo bisogno di sentire che stiamo facendo qualcosa di straordinario, qualunque cosa essa sia: progettare un viaggio, aprire un agriturismo biologico, organizzare un concerto per Emergency, scrivere un libro o decidere di sposarci e avere figli anche dopo i 50 anni!

Credo che questa sia la nostra vera linfa vitale, e credo che avere intorno qualcuno con cui condividere questi sogni sia fondamentale.

La forza di chi ci sta intorno non deve essere solo quella di chi ci ascolta e dice magari la sua e basta, la differenza la facciamo quando cominciamo a pensare i primi passi da fare per raggiungere il nostro “sogno” e poi li facciamo!

Troppo spesso i sogni stanno nei cassetti, forse dopo qualche “scoppola” della vita abbiamo “imparato” che è meglio stare “con i piedi per terra”, che certe cose non possono succedere a noi.

Un mio cliente qualche giorno fa mi ha detto che da quando ha capito che “se ci crediamo molte cose ritenute impossibili diventano possibili”, le cose attorno a lui hanno cominciato a succedere.

Lui ha cambiato lavoro, è partito con una sua idea imprenditoriale, sta “vivendo il suo sogno”.

Vuol dire che sicuramente riuscirà senza ostacoli?

No, se c’è una cosa sicura è che incontrerà ostacoli ( e i primi già si sono profilati all’orizzonte).

Ma non è questo il punto.

Il punto è che possiamo sempre scegliere se credere in qualcosa di più grande, che ci fa battere il cuore anche solo a pensarci, oppure “difenderci dalle delusioni che potremmo avere”.

E qui è importante i ruolo dei nostri amici, veri mentori della situazione.

Se questi hanno pure loro la convinzione che “l’unico modo per non farsi male è non osare fare niente di più del solito” allora, ci aiuteranno, proprio perché ci vogliono bene, a “stare con i piedi per terra”, a non sognare, a “non illuderci”.

E sicuramente non ci illuderemo, non rischieremo di cadere per terra, e staremo per terra dove siamo, dove “non ci si fa male”.

Ma saremo felici?

O saremmo come un paperotto che per paura di volare diventa un “pollo da cortile?”

Sapersi accontentare di quello che si ha è una grande dote, e credo che sia giusto coltivarla, ma non saper osare sognare è, a mio avviso, rinunciare al divino che è in noi, alla nostra parte migliore.

Essere di supporto per sognare, sogni grandi o piccoli, ma comunque sogni, significa saper portare la speranza quando domina l’incertezza, saper portare il conforto quando c’è la delusione, saper sostenere il peso quando sembra che non ce la si possa fare.

Significa saper pensare a qualcosa di bello, di coinvolgente e di fantastico anche contro ogni “buon senso” contro ogni regola “dettata”, contro ogni “normalità” che ci circonda.

Significa aiutare i nostri amici a pianificare il loro sogno, e aiutarli a fare i primi passi, dando la nostra disponibilità.

Quello che si ottiene in cambio è molto di più di quello che pensiamo, non abbiamo solo “fatto una cosa buona per i nostri amici”, abbiamo anche allenato la nostra neurologia ad affrontare la paura di sognare.

Saper sostenere i nostri amici nel realizzare i loro sogni, qualunque essi siano è fantastico, non sempre si finisce a fare un giro in Corvette, ma sentire che sei il “genio della lampada” spesso vale molto di più!

Trovi questo articolo anche su www.psicolab.net

Salute mentale: dallo STIGMA alla CONSAPEVOLEZZA

lunedì, giugno 22nd, 2009

Si parla di STIGMA quando si mette un etichetta, un marchio di condanna sulle persone stesse.

Questo marchio fa si che nei loro confronti ci si comporti in modo discriminatorio e quindi non funzionale a cambiare gli schemi mentali che ne determinano lo stato psico-fisico.

Sì, perché la salute mentale è un problema di modi di pensare, di schemi di pensiero che nel tempo si sono “cristallizzati”, bloccati in una modalità che imprigiona le persone in stati d’animo e comportamenti conseguenti che non gli consentono di vivere felicemente.

Il percorso di liberazione dallo stigma (per le persone che lo subiscono) e dai pensieri che generano stigma (per chi questo stigma lo causa) è un percorso di consapevolezza.

Per CONSAPEVOLEZZA intendo diventare coscienti dei propri pensieri, delle nostre intime convinzioni che determinano un atteggiamento di condanna o che fanno subire negativamente un atteggiamento di stigma.

Rendersi conto che se pensiamo cose tipo:“è una malattia di famiglia” “non migliorerà mai”, “è fatto così”, “non c’è niente da fare”, “è incontrollabile e può essere pericoloso”, allora le nostre azioni, i nostri discorsi spingeranno, più o meno consapevolmente, la persona che ha problemi di salute mentale a sentirsi sempre più così, e cioè privo di risorse, di possibilità, di speranze.

Non solo: ma si sentirà non accettato dagli altri, si sentirà minacciato dal fatto che gli altri si comportano in modo non piacevole con lui e reagirà difendendosi, proteggendosi, alimentando quelle convinzioni di “dolore e malattia” che lo mantengono in quella situazione.

Questa è la spirale di dolore e malattia che tanti famigliari sperimentano direttamente sulla propria pelle, non conta quanto siano buone le intenzioni, il risultato spesso è un peggioramento progressivo della situazione di salute della persona con più difficoltà, ma anche della salute del famigliare “sano”, nonché delle relazioni tra loro.

Nel momento nel quale cominciamo a comunicare in modo diverso otteniamo risultati diversi: ci possiamo facilmente rendere conto che accettare le persone per come sono, sapendo valorizzare le loro grandi qualità e senza fare su di loro pressioni è frutto di un percorso diverso.

“Ma non è facile!”

Questa è l’obiezione che regolarmente viene fatta di fronte a questo nuovo modo di pensare e di agire.

Senza dubbio non è facile, senza dubbio viene più spontaneo evitare certi problemi se possiamo, scappare e difenderci, a nostra volta, dal problema malattia mentale.

Eppure questa cosa è proprio lì per noi, è il “nostro regalo”, non conta se siamo famigliari, se siamo operatori o se siamo il vicino di casa.

La salute mentale nella sua rappresentazione degenerata in malattia è lì per “mandarci in crisi”, per farci crescere.

Possiamo decidere di ignorarla, di fuggire alle domande che ci pone, rifiutando di provare la paura che genera in noi, usando lo stigma per distinguere noi da quel “mondo alieno”.

Questa scelta più o meno inconscia, finisce per produrre sentimenti di separazione, rigidità, paura, egoismo, sensi di colpa e giustificazioni.

Oppure possiamo decidere di usare questa paura per andare oltre, per riconoscere noi stessi in quella realtà che ci si para davanti, abbracciando il nostro essere più intimo, comprendendo che il mio vicino di casa potrei essere io, e aprendogli un sorriso di accettazione e di compassione.

La consapevolezza ci libera dalla nostra paura, ci rende capaci di elevarci ad un livello superiore, dove anche se non ho chiaro fino in fondo il meccanismo, riesco comunque a capire la sua ragione d’essere, quindi sviluppo e trasmetto sentimenti completamente diversi: solidarietà, comprensione, affetto, tenerezza.

Questi sentimenti determinano automaticamente comportamenti diversi che generano risultati diversi in me e nelle persone a cui sono diretti.

Riesco a capire che questo sistema si sostiene o si sgretola anche grazie al mio contributo, che può essere quindi di sostegno per le buone qualità che sono sempre presenti in ogni persona oppure per i suoi limiti.

Possiamo promuovere questo nuovo modo di pensare, questo nuovo paradigma, che cambierà il modo nel quale si sentono le persone, ma anche il modo nel quale vengono gestite le notizie riguardo la salute mentale.

Se non ci sarà più paura di confrontarsi con la malattia mentale non ci sarà più “l’effetto amplificatore” delle notizie riguardanti i “pazzi pericolosi”, e non ci sarà più motivo di veicolare quel tipo di informazione che alimenta la spirale della malattia e del dolore.

Sarà la nostra scelta quotidiana, ogni volta che ci capiterà di confrontarci con le manifestazioni di una mente con una salute peggiore della media, decidere da che parte del sistema vogliamo stare, e questa volta non avendo più la scusa della scelta inconsapevole.

Convegno Nazionale – Comunicare la salute mentale – Ravenna 5 dicembre 2009

Senso di colpa o senso di libertà?

martedì, maggio 5th, 2009

Non si butta via il cibo perché ci sono i bambini che muoiono di fame!

Questo è il più classico dei “sensi di colpa”, è una leva a fare le cose che mediamente ci è stata utilizzata contro migliaia di volte nel corso della nostra educazione.

Ed è una leva potente.

La leva per cui ci viene insegnato che “se fai questa cosa allora sei quel tipo di persona”.

(“se fai tardi allora non mi vuoi bene perché io poi mi preoccupo per te”).

Qualcuno la può usare per manipolare qualcun altro, ma la cosa peggiore che mi capita di vedere è quando le persone la usano contro loro stesse!

In pratica questo succede quando una persona dice: “devo fare questo se no mi sento in colpa” e si sta “obbligando” a  fare qualcosa.    Che non vuole fare!!

Quando facciamo le cose per non sentirci in colpa come le facciamo?

Che differenza c’è tra uno schiavo che deve spaccare pietre e un uomo che spacca le stesse pietre per costruire la sua casa?

Per non parlare di quando abbiamo compiuto azioni di cui ci vergogniamo e “ci sentiamo in colpa”… in quel caso il senso di colpa è ancora più deleterio, e aggiunge fatica a fatica, dolore a dolore.

Il senso di colpa spesso copre “pasticci logici” dentro di noi, spesso fa da “scorciatoia mentale” ripercorrendo schemi di pensiero che normalmente fanno più danni del terremoto.

“Ho fatto (o non fatto) quella tal cosa e ora mi sento in colpa”

La risposta più funzionale in questo caso è: “Si può rimediare subito?”

Se si rimediamola, chiedendoci: “come posso fare bene in questa situazione?”.

Ma il meglio viene quando non si può rimediare o quando il rimediare non dipende solo da noi…

“Ho sbagliato e non c’è più niente da fare”

Risposta: “Ok, è vero che potevi forse aver fatto cose migliori in questa situazione, ma adesso qual è la cosa migliore che puoi fare?”

Perché la cosa buffa che succede è che a volte le persone sono così impegnate a frustarsi, a sentirsi male per quello che hanno fatto che non pensano minimamente a quello che possono fare ora di buono.

Sostituiamo il senso di colpa con un senso di abilità: posso sempre chiedermi: voglio stare qui a pensare a quello che ho fatto (forse) di sbagliato o è meglio che usi il mio tempo sulla terra per vedere cosa posso fare di buono (e poi farlo!)?

Ho imparato che se butto via quello che ho nel piatto, i bambini in africa non staranno peggio, mentre se mi rimpinzo oltre misura pur di non buttare via nulla io starò peggio dopo, e sarò meno lucido, meno in salute, meno in grado di fare tante cose, tra cui agire per aiutare i bambini a non morire di fame

Puoi sempre decidere di vivere il senso di colpa o trasformarlo nel senso di abilità e fare il meglio che puoi con le risorse che in quel momento hai.

In cosa ti stai specializzando?

domenica, marzo 8th, 2009

Avete mai notato che tutti ci stiamo specializzando in qualcosa?

Ciò di cui ci occupiamo continuamente determina ciò in cui diventiamo più bravi…

…la cosa bella è che non serve sempre occuparsene fisicamente, il punto è occuparsene mentalmente.

Ho un amico che è molto bravo a fare affari, vuoi sapere come ha sviluppato questa abitudine?

Facendo affari! 

Continuamente pensa a come poter guadagnare soldi, a come negoziare con qualcuno fino ad ottenere un buon prezzo e lo fa continuamente, ogni volta che gli viene un’idea ci pensa, comincia a vedere come realizzarla, poi pensa ai dettagli necessari, si “vede il film” di tutta la storia, i contatti con le persone, gli ostacoli da superare, fa delle trattative tiratissime ed efficaci fino ad arrivare al suo obiettivo… tutto questo mentre si fa la barba la mattina!!

Se ci allenassimo come lui a fare trattative riusciremmo ad ottenere anche noi risultati migliori in questo campo… o in qualunque settore vogliamo ottenere risultati.

Ci si lamenta spesso di non avere tempo, mentre dovremmo vedere come usiamo quello che abbiamo.

Se mentre cammino per strada mi viene in mente un mio cliente e penso che è indietro con i pagamenti e poi penso che forse non mi pagherà mai, e che forse lo faranno anche altri clienti, entro in un certo “loop di pensieri” che mi rende uno “specialista della lamentela” e del fastidio (buona parte del quale “inventato” dalla mia testa infatti se è vero che a oggi è indietro con i pagamenti non è detto che non paghi domattina e che non sia in grado di onorare tutti i suoi impegni prossimi).

Se invece voglio diventare uno specialista del “trovare soluzioni” nel momento nel quale mi “arriva” il pensiero del mio cliente indietro con i pagamenti posso cominciare a pensare a come fare affinchè lui mi paghi e sia così contento di me da volermi pagare addirittura in anticipo.

Eh si, perché se noi ci crediamo e ci facciamo domande che spostano i nostri pensieri da ciò che riteniamo “realistico” a ciò che desideriamo veramente cominceremo a vedere cose che non ci sono, ma che vogliamo che ci siano, poi cominceremo a “immaginare” ciò che serve per realizzarle, ci vedremo fare tutto quello che serve per arrivare dove vogliamo, in sostanza ci alleneremo a “realizzare i nostri obiettivi”.

Quindi anzitutto serve una sana CONSAPEVOLEZZA di dove stiamo “tenendo la nostra testa”, siamo impegnati a insultare qualcuno perché non fa quello che gli abbiamo già chiesto tante volte o stiamo immaginando un modo ancora diverso per fare si che questa persona finalmente capisca la nostra richiesta e la esaudisca?

Il secondo passaggio prevede invece RESPONSABILITA’, ovvero la nostra volontà di fare la differenza, il decidere che “dipende anche da noi” e che “noi possiamo fare la differenza”.

Nel momento nel quale decido di poter fare la differenza mi riconosco un potere, spesso ancora inespresso, ma latente dentro di noi, solo in attesa di essere attivato.

Non so come, ma so che io posso agire su questa cosa, qualunque essa sia, e creare una realtà diversa da questa.

Il terzo passaggio è il CONDIZIONAMENTO anche se a me piace di più chiamarlo ALLENAMENTO: è la fase nella quale agisco, anche se solo mentalmente sulla realtà fino a condizionarla, a modificarla.

E’ la fase nella quale, dopo essermi reso conto che la mia mente è impegnata in qualcosa che non mi piace e non mi serve (consapevolezza) decido di essere in grado di interrompere lo schema mentale non produttivo e comincio a interromperlo, accettando il fatto che sto CREANDO UNA NUOVA ABITUDINE.

Questa è una fase molto importante e impegnativa, perché le abitudini sono degli schemi di pensiero piuttosto consolidate nella nostra testa, dotate di un legame bio-chimico con il nostro corpo (è dimostrato che diventiamo fisicamente dipendenti dalle sostanze chimiche –peptidi- che il nostro cervello produce in certi stati mentali).

E’ la fase nella quale comincio a fare qualcosa di diverso rispetto al solito e devo sostenere con  molta pazienza e coraggio queste nuove scelte.

Per riuscire in questo è fondamentale che mi renda conto di quanto mi costa fare questo continuo allenamento, e lo paragoni con quanto mi costa invece mantenere il vecchio schema mentale, rendendomi conto di cosa sto creando, perché in questo modo mi è chiaro il perché fare le cose, e quando è chiaro perché il modo per fare le cose si trova sempre.

Le abitudini sono viste da alcuni come una prigione, un vincolo pesante dal quale non riuscire a liberarsi, possiamo trasformarle in uno strumento di continuo rinforzo del nostro “nuovo modo di essere”.

Se vuoi fare una serata sul POTERE DELLE ABITUDINI dove approfondiremo i concetti di:

  • prendere consapevolezza delle nostre abitudini
  • realizzare quanto ci costano
  • definire cosa possiamo fare di più efficace
  • allenare la nostra capacità di avere nuove abitudini.

Manda una email a info@paolosvegli.it dando la tua disponibilità indicativa e verrai contattato per organizzare il tutto.

Leadership, uomo e cavallo

lunedì, febbraio 2nd, 2009

Si è conclusa ieri sera la prima edizione di “Leadership sul campo”, l’unico corso in Italia che abbina la crescita personale al lavoro con questi straordinari animali che sono i cavalli.

Il percorso era cominciato sabato mattina, con i partecipanti che avevano viaggiato già per molti kilometri (da Milano, Orvieto, Ferrara, Bologna o dalla Romagna) per essere presenti, ed avevano già potuto mettere in atto “strategie efficaci” per trovare la favolosa sede di Equus Caballus, immersa (o dispersa ;-) nella campagna lughese.

Il ritrovarsi e fare gruppo tra persone mai viste prima è stato praticamente un tutt’uno, agevolati dall’ambiente e dalla calda accoglienza ricevuta dai padroni di casa Claudio e Elisabetta.

Dopo una prima veloce introduzione sul concetto di leadership ci siamo subito “messi in gioco”, scoprendo, sotto la guida di Valentina, Claudio e Elisabetta il “mondo del cavallo”.

La metafora del cavallo è risultata potentissima fin da subito, il confronto con un animale forte e potente, ma anche schivo e prudente, ci ha imposto di capire come sia fondamentale conoscere “il mondo dell’altro” per relazionarci con successo.

Spesso questa cosa è ignorata nei rapporti quotidiani, dando per scontato che “siamo tutti uguali”, e di fatti questo genera relazioni non sempre così efficaci…

Dopo un favoloso pranzo (a cui mancava solo la torta nuziale :-) , ci siamo dedicati a “conoscere il nostro stile di leadership: per fare questo il cavallo è uno “specchio” favoloso e estremamente efficace: davanti ad un animale così potente (ha la forza di 20 uomini) in un recinto a tu per tu emerge chi siamo veramente e come ci comportiamo in certe situazioni nella vita di tutti i giorni.

Il debriefing ci ha consentito di rivedere i filmati delle nostre azioni e di fissare chiaramente i concetti, potendo già fare le prime riflessioni sui nostri “schemi di pensiero”, sulle loro motivazioni, la loro efficacia, la nostra capacità di essere leader, verso gli altri e verso noi stessi.

La seconda giornata è partita con qualche strumento di teoria in più, la gestione dello stato: quali risorse attivare in noi e come, poi subito a “sperimentare”, a misurarsi con la realtà, per fissare da subito questi atteggiamenti mentali, per viverli e renderli parte di noi.

Alla frustrazione (grande stimolo al miglioramento) del primo giorno è subentrata la soddisfazione nel cogliere i progressi fatti, anche per chi “non aveva mai toccato un cavallo in vita sua”.

Nel dopo pranzo abbiamo potuto vedere Claudio all’opera con Pongo (un pony “acrobata”) e ci ha fatto giocare tutti a “acchiappa il pony sciolto” (molto utile per avviare la digestione del pranzo squisito), ed anche emozionante (un pony lanciato che ti carica non è esattamente il concetto che molti hanno del “cavallo per i bimbi!”).

La parte finale del percorso è stato dedicato a rendere operativo tutto quello che abbiamo visto e sperimentato, a riportarlo nella nostra quotidianita, a fissare i nostri nuovi obiettivi, forti nelle nuove consapevolezze, delle nostra capacità di crescere lungo il percorso che ci porta ad “essere la persona che vogliamo”.

Il giro-tavola finale è stato carico di emozioni, di gratitudine reciproca, ma anche di molta determinazione, con la certezza che questo è solo un inizio di un percorso, per tutti…

Qualche commento dei partecipanti:

  • “TORNARE ALLA VITA; COME TOGLIERSI DI DOSSO PESI INUTILI”. E’ STATO BELLISSIMO. GRAZIE. SABRINA
  • un modo originale per conoscersi meglio
  • Funziona! è bello e ci si diverte!
  • Sensazioni positive e importanti che sono d’aiuto in molte situazioni nella vita!