Si parla di STIGMA quando si mette un etichetta, un marchio di condanna sulle persone stesse.

Questo marchio fa si che nei loro confronti ci si comporti in modo discriminatorio e quindi non funzionale a cambiare gli schemi mentali che ne determinano lo stato psico-fisico.

Sì, perché la salute mentale è un problema di modi di pensare, di schemi di pensiero che nel tempo si sono “cristallizzati”, bloccati in una modalità che imprigiona le persone in stati d’animo e comportamenti conseguenti che non gli consentono di vivere felicemente.

Il percorso di liberazione dallo stigma (per le persone che lo subiscono) e dai pensieri che generano stigma (per chi questo stigma lo causa) è un percorso di consapevolezza.

Per CONSAPEVOLEZZA intendo diventare coscienti dei propri pensieri, delle nostre intime convinzioni che determinano un atteggiamento di condanna o che fanno subire negativamente un atteggiamento di stigma.

Rendersi conto che se pensiamo cose tipo:“è una malattia di famiglia” “non migliorerà mai”, “è fatto così”, “non c’è niente da fare”, “è incontrollabile e può essere pericoloso”, allora le nostre azioni, i nostri discorsi spingeranno, più o meno consapevolmente, la persona che ha problemi di salute mentale a sentirsi sempre più così, e cioè privo di risorse, di possibilità, di speranze.

Non solo: ma si sentirà non accettato dagli altri, si sentirà minacciato dal fatto che gli altri si comportano in modo non piacevole con lui e reagirà difendendosi, proteggendosi, alimentando quelle convinzioni di “dolore e malattia” che lo mantengono in quella situazione.

Questa è la spirale di dolore e malattia che tanti famigliari sperimentano direttamente sulla propria pelle, non conta quanto siano buone le intenzioni, il risultato spesso è un peggioramento progressivo della situazione di salute della persona con più difficoltà, ma anche della salute del famigliare “sano”, nonché delle relazioni tra loro.

Nel momento nel quale cominciamo a comunicare in modo diverso otteniamo risultati diversi: ci possiamo facilmente rendere conto che accettare le persone per come sono, sapendo valorizzare le loro grandi qualità e senza fare su di loro pressioni è frutto di un percorso diverso.

“Ma non è facile!”

Questa è l’obiezione che regolarmente viene fatta di fronte a questo nuovo modo di pensare e di agire.

Senza dubbio non è facile, senza dubbio viene più spontaneo evitare certi problemi se possiamo, scappare e difenderci, a nostra volta, dal problema malattia mentale.

Eppure questa cosa è proprio lì per noi, è il “nostro regalo”, non conta se siamo famigliari, se siamo operatori o se siamo il vicino di casa.

La salute mentale nella sua rappresentazione degenerata in malattia è lì per “mandarci in crisi”, per farci crescere.

Possiamo decidere di ignorarla, di fuggire alle domande che ci pone, rifiutando di provare la paura che genera in noi, usando lo stigma per distinguere noi da quel “mondo alieno”.

Questa scelta più o meno inconscia, finisce per produrre sentimenti di separazione, rigidità, paura, egoismo, sensi di colpa e giustificazioni.

Oppure possiamo decidere di usare questa paura per andare oltre, per riconoscere noi stessi in quella realtà che ci si para davanti, abbracciando il nostro essere più intimo, comprendendo che il mio vicino di casa potrei essere io, e aprendogli un sorriso di accettazione e di compassione.

La consapevolezza ci libera dalla nostra paura, ci rende capaci di elevarci ad un livello superiore, dove anche se non ho chiaro fino in fondo il meccanismo, riesco comunque a capire la sua ragione d’essere, quindi sviluppo e trasmetto sentimenti completamente diversi: solidarietà, comprensione, affetto, tenerezza.

Questi sentimenti determinano automaticamente comportamenti diversi che generano risultati diversi in me e nelle persone a cui sono diretti.

Riesco a capire che questo sistema si sostiene o si sgretola anche grazie al mio contributo, che può essere quindi di sostegno per le buone qualità che sono sempre presenti in ogni persona oppure per i suoi limiti.

Possiamo promuovere questo nuovo modo di pensare, questo nuovo paradigma, che cambierà il modo nel quale si sentono le persone, ma anche il modo nel quale vengono gestite le notizie riguardo la salute mentale.

Se non ci sarà più paura di confrontarsi con la malattia mentale non ci sarà più “l’effetto amplificatore” delle notizie riguardanti i “pazzi pericolosi”, e non ci sarà più motivo di veicolare quel tipo di informazione che alimenta la spirale della malattia e del dolore.

Sarà la nostra scelta quotidiana, ogni volta che ci capiterà di confrontarci con le manifestazioni di una mente con una salute peggiore della media, decidere da che parte del sistema vogliamo stare, e questa volta non avendo più la scusa della scelta inconsapevole.

 

 

Convegno Nazionale – Comunicare la salute mentale – Ravenna 5 dicembre 2009

 

Non si butta via il cibo perché ci sono i bambini che muoiono di fame!

Questo è il più classico dei “sensi di colpa”, è una leva a fare le cose che mediamente ci è stata utilizzata contro migliaia di volte nel corso della nostra educazione.

 

Ed è una leva potente.

 

 

La leva per cui ci viene insegnato che “se fai questa cosa allora sei quel tipo di persona”.

(“se fai tardi allora non mi vuoi bene perché io poi mi preoccupo per te”).

Qualcuno la può usare per manipolare qualcun altro, ma la cosa peggiore che mi capita di vedere è quando le persone la usano contro loro stesse!

 

In pratica questo succede quando una persona dice: “devo fare questo se no mi sento in colpa” e si sta “obbligando” a  fare qualcosa.    Che non vuole fare!!

 

Quando facciamo le cose per non sentirci in colpa come le facciamo?

Che differenza c’è tra uno schiavo che deve spaccare pietre e un uomo che spacca le stesse pietre per costruire la sua casa?

 

Per non parlare di quando abbiamo compiuto azioni di cui ci vergogniamo e “ci sentiamo in colpa”… in quel caso il senso di colpa è ancora più deleterio, e aggiunge fatica a fatica, dolore a dolore.

 

Il senso di colpa spesso copre “pasticci logici” dentro di noi, spesso fa da “scorciatoia mentale” ripercorrendo schemi di pensiero che normalmente fanno più danni del terremoto.

 

“Ho fatto (o non fatto) quella tal cosa e ora mi sento in colpa”

 

La risposta più funzionale in questo caso è: “Si può rimediare subito?”

Se si rimediamola, chiedendoci: “come posso fare bene in questa situazione?”.

 

Ma il meglio viene quando non si può rimediare o quando il rimediare non dipende solo da noi…

“Ho sbagliato e non c’è più niente da fare”

Risposta: “Ok, è vero che potevi forse aver fatto cose migliori in questa situazione, ma adesso qual è la cosa migliore che puoi fare?”

Perché la cosa buffa che succede è che a volte le persone sono così impegnate a frustarsi, a sentirsi male per quello che hanno fatto che non pensano minimamente a quello che possono fare ora di buono.

Sostituiamo il senso di colpa con un senso di abilità: posso sempre chiedermi: voglio stare qui a pensare a quello che ho fatto (forse) di sbagliato o è meglio che usi il mio tempo sulla terra per vedere cosa posso fare di buono (e poi farlo!)?

Ho imparato che se butto via quello che ho nel piatto, i bambini in africa non staranno peggio, mentre se mi rimpinzo oltre misura pur di non buttare via nulla io starò peggio dopo, e sarò meno lucido, meno in salute, meno in grado di fare tante cose, tra cui agire per aiutare i bambini a non morire di fame 

Puoi sempre decidere di vivere il senso di colpa o trasformarlo nel senso di abilità e fare il meglio che puoi con le risorse che in quel momento hai.