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Ma serve veramente la formazione?

domenica, maggio 29th, 2011

L’unico modo per saperlo, secondo me, è quello di andarlo a misurare nei fatti!

Per questo spesso chiedo ai miei corsisti che a volte rivedo dopo mesi o anni, “Cos’è cambiato dall’ultimo corso di formazione?” Che il corso sia stato fatto con me o con altri, le risposte sono le più disparate (o disperate)… spesso in correlazione con il tipo di attività svolta!

Eppure è bene capire cos’ha funzionato e cosa no, con serenità, obiettività e facendo tesoro dell’esperienza fatta.

In realtà ciò che rimane dopo un corso è ciò che abbiamo INTEGRATO nella nostra quotidianità, che abbiamo “fatto nostro” quasi al punto di non accorgerci che è diventato parte di noi, del nostro modo di fare.

D’altra parte è fondamentale capire che ciò che integriamo più facilmente è ciò che più ci ha emozionato, che ci ha lasciato una forte traccia dentro, ci ha fatto sentire che “si può fare”.

PER TROVARE QUALCOSA DOBBIAMO ANDARE A CERCARLA, MA ANDREMO A CERCARE SOLO QUELLO CHE PENSIAMO CHE ESISTA.

Quello che ho scritto chiaramente nel mio libro “Osa Sognare!” è che spesso il motivo per cui non otteniamo i risultati che vogliamo è che non crediamo che sia possibile ottenerli, o addirittura non sappiamo che si possano ottenere.

Fare un percorso nel quale tocchi con mano cosa vuole dire “fare squadra”, “comunicare efficacemente”, “essere leader”, “mettersi in gioco per crescere”, “apprendere”, vuole dire che in quel momento so che si può fare, non solo, so anche che l’ho fatto io, l’ho vissuto personalmente.

A questo punto lo devo solo integrare nella mia realtà quotidiana. Il che non è un passo banale, ma che comunque viene sempre e solo dopo che ho capito che lo posso fare.

Per questo non comincio mai un incontro di formazione senza prima aver chiesto a tutti: “Che cosa hai applicato dei concetti visti l’ultima volta?”. La teoria è affascinante, ma senza la pratica rimane solo uno sterile esercizio di pensiero.

La cosa bella poi è che integrare nella quotidianità significa in TUTTA la quotidianità, non solo applicandola sul lavoro e poi basta.

Infatti “essere un buon componente del team” o “essere un buon comunicatore” non è “comportarsi da buon componente del team” o “comportarsi da bravo comunicatore”, riguarda l’essenza intima delle persone, la propria identità, ed è solo a quel livello che ci garantiamo di aver fatto il salto di qualità.

Non abbiamo solo imparato a fare qualcosa che in certi contesti funziona, abbiamo visto che è possibile ESSERE un certo tipo di persona, abbiamo visto come allenarci per diventarla e, un passo alla volta, lo siamo diventata.

Spesso mi capitano corsisti di aziende che mi vengono a dire “sai che le cose che abbiamo fatto al corso funzionano anche con i miei figli” e questo è un bellissimo segno, perché significa averle portate nella quotidianità.

Essere un buon comunicatore, o un buon “problem solver” ad esempio, non serve solo nel lavoro, serve anche a casa, e mi posso allenare ad esserlo anche in famiglia; e lo stesso vale per tutti i concetti che possiamo sperimentare in ogni percorso.

La cosa potente del percorso è che sai quando è cominciato, ma non sai che poi non finirà mai, in quanto ogni giorno ci verrà data la possibilità di metterci in gioco per continuare a crescere, per essere sempre il meglio di noi stessi!

Buon allenamento a tutti!

Paolo

Vuoi dire la tua? Clicca qui, scegli “Chiedimi qualcosa” (tasto verde) e Scrivi nel form in due righe “Cos’è cambiato dopo l’ultimo corso di formazione?”. Dai il tuo punto di vista sulla formazione: cosa la rende efficace o non efficace?

Mai camminato sui carboni ardenti? Forse dovresti provare!

venerdì, luglio 23rd, 2010

In questi ultimi giorni al telegiornale è passata una notizia a cui è stato dato molto rilievo: 9 persone sono finite al pronto soccorso per le ustioni dovute alla prova di pirobazia (o fire walking come dicono quelli che parlano forbito).

Il taglio della notizia era piuttosto canzonatorio nei confronti di questa pratica e di chi ha deciso di affrontare la prova.

firewalking

Ma a cosa serve un’esperienza del genere?

Come dico sempre quando facciamo prove speciali con i clienti “non potrete mettere questa cosa nel vostro curriculum”.

Inoltre per tutti gli scettici garantisco che il rischio è reale, non ci sono trucchi… ed è per questo che funziona!

Infatti cosa succede nella nostra mente quando affrontiamo questo tipo di prove?

Di fatto stiamo affrontando una paura atavica; sappiamo tutti che non è una buona idea avvicinarsi troppo a qualcosa che è a 800 gradi!

E sappiamo anche che una tavola di legno di 24 mm che può sostenere il nostro peso NON si può rompere con le mani.

E sappiamo che a cadere dall’alto ci si fa male…

“Sappiamo” un sacco di cose, ma molte di queste fanno parte del reticolo delle nostre “convinzioni limitanti” dove ci sono anche dati come: “quanto posso guadagnare al massimo”, “a cosa posso aspirare nella vita”, “quali sono le mie reali capacità”.

Spesso far ottenere migliori risultati alle persone significa prima di tutto liberarli dall’idea limitante che si trovano in testa (e a volte senza nemmeno sapere il perché) di cosa è possibile e di cosa è impossibile.

E qui torna utile una “prova speciale”.

Una prova che è la metafora del confronto con le nostre paure, i nostri limiti, l’accettare supinamente che possiamo essere solo questo e non di più.

Chiaro che superare la prova in sé richiede coraggio (mai stato in piedi sopra un palo alto 10 metri?) ma il punto è che:

  1. mi dimostro con dei FATTI che quello che credevo essere una cosa impossibile per me è POSSIBILE.
  2. facendo una accurata preparazione all’evento curo la forza della metafora, associo alla “prova speciale” la mia reale sfida quotidiana, creando così un condizionamento mentale che mi rende decisamente più facile affrontarla al meglio nella “vita reale”.

copertina libro

Nel capitolo che ho scritto nel libro “Cambiare con creatività”  dico proprio questo: la forza della metafora può generare risultati straordinari nella nostra mente.

E quando nella nostra mente si superano certe convinzioni limitanti siamo in grado di ottenere risultati straordinari che prima non credevamo possibili.

E qui sta l’inghippo.

Pensare di ottenere risultati straordinari è il primo passaggio, il secondo è AGIRE per ottenerli: spesso le persone non fanno nemmeno il primo passaggio, e sai perché?

Per PAURA, paura di non farcela, di essere delusi, di “sprecare energie” ( su questo tema ci ho scritto un intero libro, che uscirà a breve) la fregatura è che chi “non ci crede”, chi rinuncia a giocarsela poi spesso farà da freno anche agli altri…

Da Anthony Robbins tra le altre cose abbiamo anche camminato sui carboni ardenti e le persone che hanno fatto questa esperienza avendola preparata bene e vissuta bene ti dicono che gli ha fatto ottenere risultati migliori nella vita di tutti i giorni.

Una mia amica mi ha anche detto che il giorno dopo il servizio al telegiornale i suoi colleghi l’hanno presa in giro su questo fatto di fare le “americanate”.

Un momento…

A chi non piacerebbe migliorare i propri standard?

Eppure non tutti si cimentano con i propri limiti…

La gente mediamente si diverte a ridere di chi fa “cose diverse dal solito” per migliorarsi e crescere sostanzialmente perché ha PAURA  di non riuscire a farlo… preferisce esorcizzare questo disagio che affrontarlo.

E se invece di sfottere chi fa queste cose andassimo a parlare con chi ha cambiato la propria vita grazie alla propria crescita personale, anche attraverso qualche “prova speciale”? In fondo se ne sono “bruciati” 9 ma ce ne sono migliaia tutti gli anni che fanno firewalking ed hanno dei benefici!

Credo che le “prove speciali” possano supportare al meglio la nostra crescita come persone, e per questo ho promosso e sostenuto la nascita di questa associazione sportiva dilettantistica dal nome suggestivo: MuoviMentelogo MM

L’obiettivo è quello di dare ancora più strumenti a chi preferisce affrontare la PAURA di non farcela piuttosto che accettare la certezza di non averci nemmeno provato.

Possiamo scegliere ogni giorno se prendere in giro chi si sta mettendo in gioco (anche con strumenti che ci possono facilmente fare sorridere) oppure metterci in gioco anche noi…

Per dirla con Edoardo Bennato nella sua straordinaria canzone “L’isola che non c’è”:

…e ti prendono in giro se continui a cercarla,

ma non darti per vinto perché

Chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle

Forse è ancora più pazzo di te!

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